Cover Story - Favorire le start up per far crescere l’economia

Come in tutte le economie mature, per sostenere lo sviluppo economico e creare nuova occupazione l’Italia dovrebbe puntare maggiormente sulle nuove imprese, soprattutto quelle che nascono nei mercati hi-tech più avanzati. Serve un maggiore impegno da parte della classe politica, del sistema educativo e delle istituzioni finanziarie. Serve un ecosistema che attivi anche da noi - come in altri Paesi - un circolo virtuoso


di Andrea Rangone - Coordinatore Osservatori Ict&Management School of Management Politecnico di Milano
maggio 2011

La correlazione tra start up, sviluppo economico e occupazione


Da troppi anni ormai il sistema economico del nostro Paese appare ingessato e incapace di aprirsi alle nuove opportunità offerte dai settori più innovativi, hi-tech. Abbiamo un PIL che stenta a crescere, un tasso di disoccupazione giovanile molto elevato e un’economia focalizzata soprattutto sui settori maturi, che strutturalmente perdono occupazione. Una situazione che si è accentuata durante la difficile crisi economica che stiamo faticosamente tentando di superare. In questo scenario, un contributo importante alla crescita economica e all’occupazione può provenire dalla nascita di nuove imprese.

L’esperienza delle economie più avanzate dal punto di vista dell’innovazione e dell’imprenditorialità mostra chiaramente come una componente consistente della crescita del PIL e dell’occupazione sia legata alla nascita e allo sviluppo delle nuove imprese. In questi Paesi, la crisi ha paradossalmente portato ad un’accelerazione di queste dinamiche. Un recente studio della Kauffman Foundation evidenzia che, ad esempio, il tasso di start up negli Stati Uniti è cresciuto in questi ultimi anni: diventare imprenditori è stata la risposta di milioni di statunitensi ai tagli di occupazione effettuati da molte grandi imprese. Il record è stato ottenuto proprio nel 2010, con lo 0,34% del totale degli adulti che hanno avviato un’impresa, di qualsiasi tipo, per una media di 565mila start up nate ogni mese.

Tra gli ambiti più promettenti per far attecchire e crescere le nuove imprese c’è sicuramente quello del digitale - delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione - un settore che sta vivendo proprio in questi ultimi anni una fortissima accelerazione. È in questo mondo che sono nate le storie imprenditoriali più di successo, con dinamiche di crescita incredibili e importanti ricadute sull’occupazione.


La nuova “new economy”


Facebook - con la sua quotazione recentemente lievitata a oltre 100 miliardi di dollari - è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più esteso. L’elenco di società nate negli ultimi anni con valori “ufficiosi” di svariati miliardi di dollari è molto lungo: Groupon, iniziativa nata nel 2008 che ha lanciato online un innovativo sistema di coupon promozionali digitali, è valutata intorno ai 25 miliardi di dollari; Twitter, nata nel 2006, che ha inventato un nuovo modo di concepire i social network basato su brevissimi messaggi, varrebbe 8-10 miliardi; Zynga, società che offre videogiochi fruibili su piattaforme di social networking è valutata 7-9 miliardi. Linkedin, prossima all’IPO, oltre 2 miliardi. E poi Tumblr, che ha inventato un nuovo format di blog multimediale; Dailybooth e Path, due social network basati su foto e geolocalizzazione; Square, che opera nell’emergente mercato del mobile payment; Color, un’applicazione mobile di condivisione delle foto: tutte aziende nate negli ultimi anni con investimenti elevatissimi. Esempi di una molteplicità di start up che nascono ogni mese per operare negli infiniti meandri del mondo digitale, finanziate - ciascuna - dai Venture Capitalist con decine e decine di milioni di dollari.

A prescindere dalle discussioni riguardanti la correttezza o meno di queste quotazioni, una cosa è certa: testimoniano che la “new economy” - per riprendere un’espressione molto di moda nella seconda metà degli anni 90 durante il boom di Internet - è più florida che mai. E se oggi sono le tecnologie “social” e “mobile” ad essere al centro dell’attenzione di imprenditori e investitori, non mancano certo all’orizzonte nuove frontiere: dal Semantic Web alla Augmented Reality, dal Cloud Computing all’Internet of Things.


E in Italia?


In questo scenario che ruolo sta giocando il nostro Paese? Purtroppo molto marginale. Le ricerche internazionali ci posizionano in fondo alle classifiche per tasso di imprenditorialità, dietro la maggior parte dei paesi europei: Regno Unito, Francia, Germania sono nettamente avanti all’Italia per numero di fondi di Venture Capital, capitale investito in start up, numero di imprese finanziate. Anche la Spagna che ha un economia ben più piccola della nostra è più avanti. Ma perché? Quali sono i motivi di questa situazione? Non è certo un problema di intraprendenza, di competenze, di creatività e forse nemmeno di mentalità.

La storia del nostro Paese dimostra chiaramente come è proprio grazie all’imprenditorialità diffusa che siamo riusciti nel secolo scorso a diventare una grande economia mondiale. Inoltre la nostra cultura è imbevuta di inventiva e arte dell’arrangiarsi, che sono elementi positivi per l’imprenditorialità.

E non mancano nemmeno esempi concreti che dimostrano chiaramente che anche in Italia si possono creare start-up di successo: aziende come Yoox, leader mondiale nell’eCommerce di grandi marchi dell’abbigliamento, quotata nel 2009; Volagratis, uno dei principali operatori europei nel settore dei viaggi online; Gioco digitale, pioniere in Italia nel settore dei giochi online (venduta a Bwin nel 2009); Venere.net, specializzata nella prenotazione degli hotel, venduta nel 2008 ad Expedia; BravoSolution e iFaber, oggi tra i principali player mondiali nei servizi B2b; Buongiorno, quotata, leader mondiale nei contenuti e servizi mobile.


L’ecosistema che non c’è


Ma sono - purtroppo - ancora troppo poche. Qual è il motivo per cui nel nostro Paese non si riesce ad aumentare la dimensione quantitativa di questi fenomeni imprenditoriali? La risposta sta nella mancanza di un reale ecosistema. Si tratta forse di un termine - ecosistema - inflazionato, roboante, dal significato spesso vuoto, ma temo che di questo si tratti. È necessaria, infatti, un’azione sistemica per cercare di avviare anche in Italia quel circolo virtuoso che in altri Paesi è attivo da tempo: che parte dalla messa in gioco di risorse e investimenti consistenti per generare un numero crescente di iniziative di successo, che a loro volta fanno aumentare ulteriormente gli investimenti e così via.

Parlo di un’azione sistemica perché le risorse da mettere in gioco sono di natura molto diversa e provengono da soggetti molto diversi:

  • i decisori politici, che devono dedicare maggiore attenzione a questo tema e investire maggiori risorse (le modalità sono molteplici, come dimostrano casi di successo a livello internazionale: dall’esenzione fiscale degli investimenti in start up, all’indirizzamento di risorse finanziarie pubbliche anche in questa direzione, da specifiche normative che favoriscano l’afflusso anche di risorse private in questo ambito ad una normativa giuslavoristica ad hoc per le nuove imprese;
  • il sistema educativo, in particolare universitario e post-universitario, che deve investire maggiormente nella messa a punto di percorsi formativi – che sono anche percorsi culturali – in grado di fornire ai giovani più strumenti per intraprendere la via imprenditoriale;
  • le istituzioni finanziarie, che devono mettere a disposizione ben più risorse. È incredibile la pochezza di investimenti effettuati fino ad ora dal mondo finanziario italiano nel suo complesso nei fondi di Venture Capital rispetto a quanto è accaduto in altri paesi europei.

Su quest’ultimo punto speriamo che l’attuale scenario internazionale - che sta vivendo un forte incremento del fund raising da parte dei fondi di Venture Capital (negli Stati Uniti più 76% nel primo trimestre 2011 rispetto allo stesso periodo del 2010) possa influenzare positivamente anche il clima in Italia.

 

 

Da sapere

 

Start up Boosting, un’iniziativa della School of Management del Politecnico di Milano
Una risposta alla esigenza di maggiore imprenditorialità in Italia viene dalla School of Management del Politecnico di Milano. Di recente gli Osservatori ICT & Management - gruppo di ricerca attivo da oltre dieci anni - hanno avviato Start up Boosting, una nuova iniziativa mirata a stimolare la nascita e lo sviluppo di nuove avventure imprenditoriali basate sull’innovazione, facendo leva sull’esperienza decennale nell’analisi di casi reali di utilizzo delle tecnologie digitali e nel supporto allo sviluppo del business di numerose start up, divenute poi imprese di successo.

Attraverso il succedersi di una serie di Call 4 Ideas collegate ai diversi Osservatori, Start up Boosting vuole identificare le idee di business e i progetti imprenditoriali più innovativi, che saranno supportati e seguiti nel loro sviluppo dalla School of Management del Politecnico di Milano. I candidati che supereranno il processo di valutazione saranno supportati nella messa a punto del progetto imprenditoriale, con l’obiettivo di accelerarne lo sviluppo e il raggiungimento degli obiettivi, nonché di aumentarne l’attrattività sul mercato dei capitali di rischio (Venture capitalist e Business Angel). Avranno inoltre la possibilità di frequentare gratuitamente un percorso di alta formazione presso il MIP, la Business School del Politecnico di Milano, e saranno supportati del team degli Osservatori nella ricerca dei capitali di rischio necessari.

Per informazioni www.osservatori.net

 



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