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Il potenziale italiano delle start-up digitali

L’imprenditorialità è una grande occasione che il nostro Paese deve cogliere, come tutte le economie mature, per sostenere lo sviluppo economico e creare nuova occupazione. Il Politecnico di Milano è impegnato in prima linea nel dare supporto agli aspiranti imprenditori, in un momento che vede grande fermento in particolare nel mondo hi-tech. L'intervista ad Andrea Rangone, Coordinatore degli Osservatori ICT & Management.

di Manuela Gianni

Interviste

15 Ottobre 2012

Prof. Rangone perchè tutta questa attenzione del governo e dei media verso il mondo delle start-up, dopo tanti anni di silenzio? Non sarà l’ennesima moda passeggera?
Una maggiore attenzione verso le start-up è assolutamente necessaria in un contesto di crisi economica come quello che sta attraversando il nostro Paese. È noto, infatti che nelle economie mature come l’Italia una componente consistente della crescita del PIL e dell’occupazione sia legata alla nascita e allo sviluppo delle nuove imprese. C’è ormai un’ampia letteratura che lo conferma. La fondazione Kauffman, ad esempio, evidenzia che il 40% del PIL statunitense del 2010 è stato generato da imprese che hanno meno di 30 anni di vita e che dal 1980 al 2005 quasi tutti i nuovi posti di lavoro creati negli USA provengono da aziende che hanno meno di 5 anni.
Un’altra ricerca effettuata da Deutsche Bank afferma che ad un aumento di investimenti Venture Capital dello 0,1% del PIL corrisponde un aumento del PIL di 0,3 punti percentuali. Per investimenti in fase di seed l’impatto stimato è ancora maggiore e pari a 0,96 punti percentuali.
Tra gli ambiti più promettenti per far attecchire e crescere le nuove imprese c’è sicuramente quello del digitale - delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione - un settore che sta vivendo proprio in questi ultimi anni una fortissima accelerazione. È in questo mondo che sono nate le storie imprenditoriali più di successo, con dinamiche di crescita notevolissime e importanti ricadute sull’occupazione, in particolare nel mondo delle tecnologie “social” e “Mobile”.

E qual è il potenziale in Italia?
C’è un potenziale incredibile. Intraprendenza, competenze, creatività non ci mancano di certo e la storia del nostro Paese dimostra chiaramente come è proprio grazie all’imprenditorialità diffusa che siamo riusciti nel secolo scorso a diventare una grande economia mondiale, creando il nostro tessuto economico- produttivo fatto da una miriade di PMI. Ma negli ultimi decenni abbiamo perso lo spirito imprenditoriale, abbiamo creduto che il nostro futuro fossero le grandi imprese italiane -sempre le stesse-, le grandi multinazionali -che invece oggi stanno disinvestendo dall’Italia- e la nostra pachidermica PA, con il suo indotto parastatale. Abbiamo avuto un boom di start-up e un certo sviluppo dei Venture Capital durante il periodo della new economy, tra il 1998 e il 2000, ma dopo lo scoppio della bolla abbiamo buttato il bambino con la culla: start-up e Internet sono diventati sinonimo di miraggio, di fallimento, di nerds…. Mentre nel resto del mondo la new economy lasciava un’eredità unica, in termini di consapevolezza del potenziale economico dell’imprenditorialità hi-tech.Oggi mi sembra di vedere un’inversione di tendenza, la nascita di un nuovo circolo virtuoso, che mi lascia ben sperare per il prossimo decennio. Il Politecnico di Milano ha stimato che se venissero incrementati di 300 milioni di euro gli investimenti in start-up (seed in particolare) nel nostro paese, si avrebbe un aumento del PIL di circa 3 miliardi (pari allo 0,2%). E 300 milioni è proprio la somma messa a disposizione dal fondo High-Tech Gruenderfonds in Germania (tramite l’equivalente della nostra Cassa Depositi e Prestiti più diversi investitori privati, tra cui alcune delle grandi imprese tedesche), che ha avuto un ruolo chiave nell’avviare il sistema delle start-up tedesco, oggi molto più dinamico del nostro.

A questo riguardo come valuta le norme sulle startup contenute nel decreto sviluppo approvato negli scorsi giorni dal governo?
Purtroppo il decreto ha recepito una parte limitata del Rapporto Restart che era stato redatto dalla task force voluta dal ministro Passera, un’analisi efficace, curata da esperti molto competenti. Ma sappiamo che neanche questo governo ha la bacchetta magica e che bisogna fare i conti con importanti vincoli di natura finanziaria.
Diverse iniziative previste sono senz’altro positive. In particolare, ritengo di grande valore le norme che snelliscono le procedure e gli oneri per le srl innovative, che integrate con le già approvate leggi che prevedono l’istituzione delle imprese a 1 euro semplificano enormemente la vita agli imprenditori. Viene poi riconosciuto un ruolo importante agli incubatori, che giustamente devono agire come pivot tra start-up e fondi di Venture Capital. E sono previste incentivazioni fiscali per spingere gli investimenti sia dei privati che delle imprese. Malgrado ciò, rincresce vedere che non sono stati previsti finanziamenti pubblici diretti di alcun tipo: nulla da fare per il fondo seed, per i finanzaimenti per gli ecosistemi locali, per il regime di cassa per iva e ires. E domina un’eccezione esclusivamente privatistica, mentre le istituzioni pubbliche e le università devono e possono giocare un ruolo fondamentale. Se non viene orientato in questo senso l’enorme potenziale di ricerca innovativa e risorse umane, l’ecosistema sarà sempre deficitario.

Quale dovrebbe essere, dunque, il ruolo del mondo universitario? E in concreto, costa sta facendo il Politecnico di Milano per contribuire a stimolare l’imprenditorialità nel mondo hi-tech?
Credo che tutto il sistema educativo, in particolare universitario e post-universitario, debba orientarsi maggiormente nella messa a punto di percorsi formativi – che sono anche percorsi culturali – in grado di fornire ai giovani più strumenti per intraprendere la via imprenditoriale. Le start-up non nascono solo nei garage ma anche nelle università, e il Politecnico sta facendo la sua parte. Cito in particolare due iniziative. La prima è lo Start-up Program, il programma culturale del MIP Politecnico di Milano volto a supportare Start-upper, Imprenditori ed Executive nello sviluppo di progetti imprenditoriali. Il corso supporta i partecipanti nella messa a punto del proprio progetto imprenditoriale, contribuisce allo sviluppo e al potenziamento dei “soft skill” rilevanti nel percorso imprenditoriale (innovazione, leadership, negoziazione e gestione dei conflitti, capacità di comunicazione e motivazione, empowerment, ecc.) e fornisce un insieme di strumenti e metodologie per la gestione del progetto imprenditoriale. Oltre a lezioni basate fortemente sull’action learning, sono previsti incontri con imprenditori, Venture Capitalist e Business Angels. La seconda iniziativa, che è un’importante novità, è il PoliHub, il nuovo progetto lanciato dalla Fondazione Politecnico di Milano, volto a creare un vero e proprio distretto di start-up particolarmente innovative nel campus Bovisa e che sarà operativo ad aprile.

Eppure, i casi di successo in Italia non mancano e in questi ultimi anni sono diverse le start-up promettenti nate grazie all’intuizione di brillanti giovani imprenditori italiani…
Certamente. Gli esempi che dimostrano chiaramente che anche in Italia si possono creare start-up di successo a livello internazionale non sono pochi oramai. E non sto pensando sempre alle “stesse” – oramai aziende di successo ben note a tutti – Yoox, Volagratis, Gioco digitale, Buongiorno, Neomobile, Populis, Job Rapido, ecc. – ma alle nuove “leve” che stanno ottenendo risultati notevoli: Applix, Cibando, Glamoo, MusixMatch, Windows on Europe, Beeinto, ecc.

 

 

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TAG: Startup, PMI, Andrea Rangone


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